In questo post tratteremo di un illustre e poco conosciuto calabrese, che diede lustro al suo paese e all'intera regione, stiamo parlando del Prof. Don. Francesco Scerbo di Marcellinara (cz).
Nacque a Marcellinara (cz) 1849 e morì il 1927. Sacerdote e grande studioso di ebraico. Ebbe per amici Croce, Papini, Fausto Nicolini, Rohlfs e tanti antropologi, letterati e studiosi.
Insegnò all'Istituto Superiore di studi di Firenze.
Scrisse una grammatica ebraica(1888), Saggi glottologici (1891) Uno studio del dialetto di Marcellinara (1886), Un saggio di critica Biblica (1903) Pubblico salmi nella versione originale.
Quello che ci ha colpito è il suo lavoro sul dialetto di Marcellinara, che riteniamo una pietra miliare nello studio del dialetto calabrese.
Francesco Scerbo è citato anche nella Treccani, dove si tratta del dialetto calabrese, esattamente alla pagina 301 dell'VIII volume, della grande Treccani,
A Scerbo viene dedicata una piazza, a Marcellinara, ed un premio internazionale di poesia, questo per non far perdere memoria di un cittadino di Marcellinara che tanto lustro ha dato al suo paesello natio.
Il testo, in dialetto calabrese, del Prof Don. Francesco Scerbo è una tappa obbligata per chi intraprende lo studio e la ricerca sul dialetto calabrese.
Nessuno prima di Scerbo si era cimentato in un lavoro particolareggiato sul dialetto calabrese, certo era nello specifico il dialetto di Marcellinara, del resto nessuno può essere esaustivo quando si parla di dialetto, anche perchè basta spostarsi di pochi chilometri e il dialetto è completamente diverso.
Noi abbiamo intenzione di partire dall'inizio, esattamente dal Prof. Graziano Isaia Ascoli, che con il suo Archivio Glottologico Italiano, è stato il primo a trattare, non in maniera esaustiva, i dialetti e le romanze italiane. http://www.treccani.it/enciclopedia/graziadio-isaia-ascoli/
Poi a seguire il nostro conterraneo Prof. Francesco Scerbo, che nel 1886, diede alle stampe "Studio sul Dialetto Calabro con dizionario"
Questo testo tratta, in maniera particolareggiata, il dialetto o la parlata di Marcellinara, Nessuno prima di Scerbo si era cimentato nello studio particolareggiato ed esaustivo su un dialetto particolare. Scerbo stesso nella prefazione dice: "che nessuno, neppure Ascoli, nella sua dotta rassegna dei dialetti italiani si addentra nel cuore della Calabria, contentandosi di solo rasentarla, per così dire, dalla parte della Sicilia e dall'altro lato della Terra d'Otranto, i quali due punti riflettono bene molte proprietà del dialetto calabro, ma non sono da confondere con questo."
Quindi il nostro pioniere è Francesco Scerbo di Marcellinara (cz)
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Qui nasce ,nel 1849, il 7 di ottobre , Francesco Scerbo. Figlio di contadini proprietari, precisano le scarne cronache dell’epoca. Dunque lo stato di povertà della famiglia non era grave ma non tale da consentirgli studi regolari. Perciò lavora nei campi , legge e impara da autodidatta con qualche aiuto da Don Francesco Colacino, sacerdote attento alle doti del piccolo Francesco che a quattordici anni entra in Seminario a Nicastro.
<< (Celestina) salutò il figlio che partì per il Seminario. Gli raccontò parole di felicità e non una lacrima che lì dove andava - il figlio avrebbe saputo di uomini illustri e di storie magnifiche che il mondo certo non era quello che finiva al confine della tramontana e per farlo immenso e sgargiante ce n’erano volute di lotte e di libri sudati>>[1]
In dieci anni percorre l’iter intero degli studi, persino le classi di studi umanistici e teologici. Diviene sacerdote il 7 giugno del 1873. Nel settembre dello stesso anno è a Firenze introdotto negli ambienti aristocratici da un certo Melchiorre che gli procura l’incarico di precettore presso la famiglia Peruzzi.
<<Prete si fece il figlio che leggeva e sapeva e poteva col pensiero navigare il mondo. Prete e professore. Lo accolsero in paese che la festa delle Palme non era stata cosa uguale. Lui distribuì confetti ai parenti, benedisse le sorelle e tornò a leggere e a scrivere di arabo e di filosofia in quella città che Celestina immaginava piena di chiese con marmi bianchi e statue di giovani nudi e antichi>>[2].
Sono anni intensi, questi, per il giovane sacerdote che entra nel Regio Istituto di Studi Superiori (ora Università di Firenze). I suoi maestri sono illustri: Davide Castelli, Angelo De Gubernatis, Antelmo Severini. Con loro frequenta, quasi contemporaneamente i corsi di Studi Filosofici e Filologici con particolare riguardo alle lingue e alle culture orientali. L’ebraico, il siriaco, il sanscrito,insieme alle principali lingue moderne, divengono per lui occasione e spinta verso altri e profondi studi di religione, filosofia e linguistica. Nel 1881 consegue l’idoneità all’insegnamento dell’ebraico. Pubblica la “Grammatica della lingua ebraica” e la “Crestomazia ebraica e caldaica”.Nel 1891 è docente privato con effetto legale di Ebraico Biblico. La Massoneria avversa la sua nomina alla cattedra di Ebraico lasciata vuota dalla morte del Castelli ; la fama del sacerdote studioso è però in crescita ed egli ottiene l’insegnamento ufficiale dell’ebraico che manterrà fino al 1924, anno del suo pensionamento.
« Se ogni studio Glottologico riposa essenzialmente nel comparare le varie fasi che la parola subisce nel suo storico svolgimento […] se il difetto principale della scienza del linguaggio è l’incertezza, le tante volte del primo termine, cioè il passato, seguita che il futuro comparatore si troverà nella felice condizione di procedere sicuro […] per la notizia esatta e compita che i moderni descrittori dei dialetti gli vanno apprestando».
E’ la prefazione a lo “Studio sul Dialetto Calabro con Dizionario” del 1886 . A dare significato all’intero opera è l’esame delle origini, complesse e varie, (latine, arabe, franco-provenzali) del dialetto calabro a cui viene assegnata dignità linguistica e storica.
Affermazioni quanto mai interessanti in un periodo in cui il Comparativismo nello Studio delle Grammatiche antiche appena cominciava a imporsi. Ancora più innovativi, rispetto ai tempi in cui li andava componendo, sono i principi che afferma nel saggio “Spiritualità del linguaggio” ( in Rassegna Nazionale- 16 Maggio 1900) che inviò al filosofo Benedetto Croce insieme allo studio sul dialetto calabro il 25 Luglio del 1900 . Risulta dalla corrispondenza, alquanto frequente, che Croce tenesse in grande considerazione lo studioso. Gli scriveva infatti, in una delle tante missive-
<<Sono lietissimo di possedere i suoi volumetti. Ho visto con piacere che Ella ha preso posizione contro il naturalismo che uccide ogni sano concetto del linguaggio>>-
E ancora
<< Assento interamente alle sue idee e trovo bellissimi e evidentissimi gli esempi scelti per chiarire la sanità delle leggi fisiche del linguaggio come patto spirituale>> ( lettera del27 Luglio del 1900)
A Croce, idealista, appare chiaro come lo Spirito porti a compiutezza nell’uomo, verità di fondo, prima soltanto preavvertite[1] . Estetica e Linguistica in tal senso coincidono in una scienza unica in cui, a farla da padrona è la fantasia intuitiva ed espressiva. In questa asserzione Croce diverge dallo Scerbo per il quale è l’intelletto, unione di idea e sentimento, a generare ogni lingua e, in essa, ogni possibile parola-
<<La parola è cosa viva, cioè mossa e animata dall’idea e dal sentimento che continuamente si agitano e per così dire fermentano nel nostro animo, essa muta perché nel nostro spirito sempre qualche cosa si muove e si cangia[…]>>-
E’ l’anticipo della parola pneumatica di Ebner , recupero della “rilevanza spirituale” dell’uomo al quale è dato di proiettarsi verso l’altro in quanto essere parlante.
Non è difficile ravvisare in queste affermazioni i concetti base delle conquiste della psico-linguistica ancora da venire.
In un altro passo della stessa opera si legge –
<<La parola è modulazione musicale, la quale varia non solo da individuo a individuo[…..]ma pure in vari momenti della stessa persona, pronunziante la medesima parola[…]>>
<<Il suono di per sé […] solo sarebbe puro rumore privo di senso o se l’animo nostro non associasse a quel suono un proprio concetto[…] La parola è una creazione soggettiva, non solo nel suo contenuto ideale, che è lo scopo e l’essenza del linguaggio ma anche per ciò che riguarda il suono materiale>>
Manca più di un decennio alla pubblicazione, per opera di due suoi allievi, delle lezioni del grande linguista ginevrino Ferdinand De Saussure, racchiuse nel “Corso di Linguistica generale” e, di nuovo, senza timore di essere smentiti, troviamo nelle affermazioni del professore Scerbo che abbiamo riportato, alcuni degli assunti, divenuti poi base e verità inoppugnabili di tutti gli studi linguistici successivi. Ci riferiamo ai concetti di “Significato” e di “Significante” e a quelli sommamente importanti di “Langue” e di “Parole”-
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<<Or vent’anni fa ebbi fantasia- più proprio direbbesi audacia[…]- di pubblicare certe mie divagazioni metafisiche: ”Problemi di filosofia della natura” col sottotitolo ”Pensieri di un metafisico”[…] Non sono gran fatto forte in Storia Naturale, ma[…] per il mio officio di critico basta- e m’è d’avanzo-un poco di logica, […] semplice e piana, temperata con un pizzico di buon senso>>
<<L’uomo grave di Scienza[…] non sorrida; poiché io non sarò sì temerario da invadere il suo campo. Io spazierò, a così dire, sopra terra[…], nelle regioni della Filosofia>>-
Questi passaggi sono tratti da “Scienza e Buon Senso”(1927) che è opera filosofica. Pur tuttavia, Scerbo non è filosofo tout court. Scrive nella nota al lettore-
<<Dalla logica distinzione tra Scienza della Natura e Filosofia della Natura- trae il mio discorso la sua ragione d’essere>>-
<<Sotto il nome di Scienza […] s’intendono le discipline aventi carattere più o meno soggettive, dette altrimenti filosofiche e morali>>-
Lo scienziato, dunque, chiarisce la sua volontà di non peccare di temerarietà percorrendo i territori dell’uomo di scienze poiché egli si aggirerà “sopra terra”, nelle “regioni della filosofia”. Scerbo indaga e, meglio ancora, ragiona sulle novità rivoluzionarie del primo novecento. Indaga e contesta. In pari modo, la teoria della relatività, quelle di Freud e soprattutto le teorie evoluzioniste di Lamarck e di Darwin. Ciò che a lui interessa è quel “periglioso argomento”, “pauroso e grandioso” che schiude “l’origine nostra e forse dell’ Universo”. E’ L’Universo, con il suo Ordine e la sua Armonia, ad affascinare lo scienziato-filosofo. Vi è una legge che è regola dell’Universo “creato perfetto sin dal primo istante”, e che è principio di Ordine Fisico e Spirituale, collegamento e transito armonico da Dio, Motore Immobile, a Dio, Causa Finale. Scerbo, nonostante non ammetta l’assolutezza dello Spirito crociano, invia l’opera a Benedetto Croce che ne accoglie i principi fondamentali. Scerbo, ammette la realtà in quanto rappresentazione dello Spirito teso alla Trascendenza; per Croce, lo Spirito si realizza in un processo circolare, in connessioni di chiara matrice vichiana che si realizzano e si assolutizzano nell’immanenza.
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<< Sotto sembianza spesso un po’ rozza, alcune costumanze hanno un non che di nobile[…] Avviso il lettore che la Calabria è grande[…] e perciò non garantisco che da per tutto, siano le medesime usanze>>
Nel -Numero Unico- Firenze pro Calabria- (1905), dal titolo -Costumanze Calabresi-, Scerbo racconta degli usi più caratterizzanti della civiltà calabrese anzi, marcellinarese, dal momento che altri luoghi della Calabria, sono, per sua ammissione, sconosciuti.
<< Si usa fare, sul cadere della sera della vigilia (di Natale); una certa frittura tutta specialeil che si dice fare i “cuddurieddi”; nome non possibile a pronunziare bene a chi non sa il dialetto a causa del doppio dd= orig. ll (di fatti, è diminutivo del greco collyra, ciambella)>>
Altre usanze vengono narrate come quelle che si accompagnano agli eventi luttuosi –
<<Non si accende fuoco per fare da mangiare per più giorni. Il cibo, che in generale è un vero pranzo, è portato da parenti o amici[…] E’ il cosiddetto cùnsulu (accento sulla prima sillaba). Il cùnsulu costituisce un debito: bisogna renderlo all’occasione>>-
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Francesco Scerbo, tornava a Marcellinara più spesso dopo il suo pensionamento, avvenuto nel 1924.
<< […] Conduceva vita modestissima: camminava sempre a piedi. Il suo pranzo era frugale; ogni sera, senza mai variare, si faceva preparare una pietanza di pane cotto e una tazza di latte>>-
Così risulta da documenti di taluni familiari di Francesco Scerbo, (quali il cognato Maviglia Rosario che aveva sposato la sorella Nunziata e lo studente universitario Adelchi Bevacqua). Nonostante la sempre più ampia fama di cui godeva in Firenze, non aveva modificato in alcun modo le sue semplici, quasi francescane abitudini di vita.
Nel 1925, il Vescovo di Nicastro, Monsignor Eugenio Giambro andò a fargli visita con tutti gli studenti del Seminario. I Baroni Sanseverino misero a disposizione, per l’occasione, la sala grande del palazzo baronale. Al discorso di circostanza, lo scienziato rispose con poche, essenziali parole. Al ritorno di uno di questi viaggi nella sua terra, si fermò a Roma, dopo una sosta a Salerno. Qui si ammalò di polmonite. Ospite di Maria Clotilde D’Annunzio, vedova Bergés, fu ricoverato nella clinica Morgagni. A fargli visita, il Cardinale Gasparri. Tramite telegramma, Papa Pio XI gli assicurava le sue preghiere. Era il Settembre del 1927. Morì il 13 Ottobre assistito dai nipoti. Dal 1956, le sue spoglie, traslate dal cimitero di Marcellinara, riposano nella Chiesa di Maria SS. Assunta nel suo stesso paese
da: http://www.letteratour.it/ilblogdiannastellascerbo/
Una personalità così importante come il Prof. Francesco Scerbo non può restare relegata nel busto bronzeo dell’angolo della piazza o dietro i bianchi marmi della sua tomba, ritengo che ci si debba riunire per una serie di approfondimenti sul personaggio da tramutarli in volumi di sapere per noi stessi e per le nuove generazioni.
Nel suo studio, oltre ad un chiaro vocabolario, tratta la fonologia, e ciò le leggi dei suoni; sulle vocali, i dittonghi, le consonanti continue e le consonanti esplosive.
Poi tratta di morfologia, che è parte indispensabile per la comprensione del dialetto,
Ma ciò che a noi interessa è il fatto che Scerbo, per primo usò la lettera "K", egli è citato, come dicevamo, nella Treccani, insieme ad un cosentino di S.Fili, che sicuramente ne parleremo nei prossimi post.
Vorremmo contribuire alla conoscenza del nostro dialetto, troppe volte bistrattato e considerato lingua inferiore, noi siamo certi che il dialetto è la nostra lingua madre, il dialetto è la nostra infanzia e il nostro pilastro per la conoscenza.
Resp. Blog
Piero Benincasa