lunedì 31 ottobre 2016

L'INVIDIA di Leonardo Mazza

Abbiamo voluto, viste le richieste, continuare a pubblicare i vizi capitali di Leonardo Mazza da Bocchigliero, questi ci auguriamo che presto vengano pubblicati insieme a tutta l'opera del Mazza, che riteniamo un personaggio che deve essere conosciuto.........e Oltre.
Buona lettura.

  L' Invidia

Qual ' orrida infernal Furia, che freme,
   Lividi gli occhi, e scarmigliato il crine
   Ed in sè stessa incrudelendo, geme :
Tale veggiam di triboli e spine :
   Su letto assisa Invidia, che soltanto
   Di bieca altri guardar perverso ha fine,
Ella gioisce allor che in lutto e pianto
   Vede la stirpe umana, e si rattrista
   Quando la vede immersa in gioia e canto .
Onde guardar nel bene altrui, la vista
   Tiene qual Argo, o Linge favolosa :
   Freme se onor grandezze altri acquista .
Chi è mai quegli, che torbida e rugosa
   Mostra la fronte, con sogghigno amaro
   La gira intorno cupa, e sospettosa ?
E' un invido peggior del tristo avaro,
   Che di sè stesso fattosi tiranno,
   Tiene degli altri il ben sempre a discaro .
Figlia nel Ciel del perfido Satanno
   Scese l 'invidia giù nel basso inferno,
   Donde al figiuol dell 'uom recò suo danno .
Bieca sul trono assiso ella il Superno
   Nume guatava, e di furore armata
   Balzar già lo volea dal soglio eterno.
Oh vana impresa ! Dal Signor scacciata
   Giù si travolge rotolando, e seco
   Porta la sua infernal rabbia spietata .
Sul Nifate la veggio assisa un bieco
   Sguardo fissare su la stirpe umana,
   E furibonda dire : Io sarò teco .
Quindi varcò la interminabil vana
   Region del Cielo, e l 'albero fatale
   Tocco restò dalla sua man profana .
Allor gigante su la terra il male
   Stese le braccie, e l 'inesperto Adamo
   Fece la stirpe sua trista e mortale .
Miseri noi ! Che circondati siamo
   Dai vizii di Satan, del male amico,
   A cui d 'impuro cor voti porgiamo .
Per lui, con volto pallido, impudico,
   Venne fra noi l 'invidia, e l 'uman cuore
   Tocco da lei si fè del ben nemico .
Quegli, che vive in mezzo allo splendore
   Di grandi onori, lacerar si sente
   In petto, e mostra in fronte il suo livore,
Quando i germogli di più bassa gente
   Vede inalzati ad onorato seggio .
   Dove non siede mai vile pezzente :
Solingo e malinconico lo veggio
   Morders' il labbro, ed aggrizzare il naso,
   Livido il volto, bieco il guardo, e peggio
Falso principio il cuore umano invaso
   Ha nel presente secolo corrotto,
   In cui spezzato è di Pandora il vaso :
E, che nel seggio degli onor condotto
   Sia quei soltanto, a cui di nobil schiatta
   Blù scorre il sangue, od ignorante o dotto .
E l 'altra gente, che a virtude è fatta,
   Languisca nel disprezzo, e nell 'oblio,
   Siccome belva, che vil fango imbratta .
Stolti che siete ! Stolto ancor desio
   Nutrite in cor, se avete la baldanza
   Credervi figli, oibò ! d 'un altro Dio .
Oh la patrizia, stupida jattanza !
   Credon che sia soltanto la grandezza
   Annessa dei natali all 'arroganza :
E l 'umil plebe, che il patrizio sprezza,
   Nata nel basso, vi si alligni, e mai
   Osi aspirar dei nobili all 'altezza .
Vana lusinga ! Son mutati assai
   Ora i costumi, i tempi, ed è patrizio
   Quei, che virtude non oblia giammai .
E' già sparito delle Coste il vizio ;
   Chè la virtù nobilita i plebei,
   E il nobile corrotto il fa novizio .
Veggiam perversi, invidiosi e rei,
   Quei grandi, che dell 'oro, dell 'argento
   Gl 'idoli han fatto, e gl 'insensati Dei :
Vogliono sempre in vergognoso stento
   Veder la plebe, nei sudori onesta,
   Acciò drizzi su loro il guardo intento .
Vogliono sempre timida, e modesta
   Vederla innanzi ad essa umiliata,
   Acciò non alzi l 'orgogliosa testa .
Sicchè se veggon di costei mutata
   Fortuna, che tramuta li ben vani,
   Paventa di costor l 'alma spietata .
Mutano spesso gli splendor mandani,
   Distribuendo egualmente la luce,
   Che rende sciocchi gl 'intelletti umani .
E' la Fortuna un 'incostante duce,
   Che or nei buoni, or negli avversi eventi
   Prende l 'uomo per mano, e lo conduce .
Quindi veggiamo i Grandi e gli opulenti,
   Oggi sedere nei gemmati scanni,
   E la dimane andar quali pezzenti :
E i poveri, che vivono tra gli affanni
   Di perigliose orribili fatiche,
   Mutano sorte col mutar degli anni .
Son tutte nell 'oblio le schiatte antiche,
   E di Marchesi, Principi, e Baroni,
   Su le torri veggiam nate le ortiche :
Onde di nuove stirpi ecco i Blasoni
   Ecco dal volgo uscir nuova ciurmaglia
   Di Prenci, e Cavalier senza speroni .
Ma che ? Del volgo la grandezza abbaglia,
   Onde i Potenti sprezzatore un riso
   Volgon sovr 'esso ; acciò alto non saglia .
Vedi ; quel vile si abbellisce il viso !
   Quegli si adorna di abiti galanti !
   Dicon tra loro con il cuor sonquiso .
Sicchè diventan perfidi e furfanti ;
   Mossi da invidia pazza, e gelosia,
   Fanno nel bivio, e trivio i petulanti .
E s 'impssess 'ancor questa manìa
   Dei dottorelli, od ignoranti, o vili,
   Che declamando van lungo la via .
Con motti ora insolenti, ed or gentili
   Van censurando i veri dotti, ond 'essi
   Sembrino dotti, e in osservar sottili .
Sono da invidi 'ancor vinti ed oppressi
   Regi, Ministri, sacerdoti, e frati,
   Che veggio incrudelir contro sè stessi .
Quei, che nel fango son vigliacchi nati,
   E nell 'obbrobrio vivono, incapaci
   D 'alti pensier, tal peste anco ha macchiati
Onde li veggio lividi e mordaci
   Biechi guardar nell 'altrui fortuna
   Ed insultando diventare audaci .
Molte la terra nel suo grembo aduna
   Di queste invidiose anime prave,
   Degne dell 'infernal cupa laguna
Per gl 'invidi maligni un carco grave
   E' il bene altrui, e sentono nel seno
   Pel male degli altri un giubilo soave .
Strugge d 'invidi 'ancor crudo veleno
   Quella modesta timida donzella,
   Che il fresco aspetto non ha bello appieno :
Bieca riguarda or questa donna, or quella,
   E dentro il petto si consuma e rode ;
   Perchè fra tutte, ahimè ! essa è men bella
Freme quell 'altra che seguir le mode
   Non puole, onde adornarsi, e la civetta
   Facendo, aver da mille amanti lode .
E dell 'invidia l'atra peste infetta
   Quell 'altra, che frequenta i confessori .
   Ed uno sposo da gran tempo aspetta,
Del talamo vicin sente gli odori,
   Ond 'ella geme, e si rattrista in petto ;
   Chè più felici son d 'altra gli amori .
Che più dico di un volgo maledetto ?
   Son gli invidi, misantropi cattivi,
   Che d 'odio infame il cor tengono infetti .
Contro sè stess 'incrudeliscon vivi,
   E dopo morte avran di Furie il morso :
   Onde lor giova udir : Di senno privi,
Il cane abbaia, e fa la luna il corso .



sabato 29 ottobre 2016

Gola 5° dei vizi o peccati capitali.


http://digilander.libero.it/onismazz/la%20news.htm
Continuiamo la pubblicazione dei vizi capitali di Leonardo Mazza da Bocchigliero, lettura non facile, leggere oggi queste cose non è per tutti, ma tutti possono leggerle, ma non capirle, a gentile richiesta noi andiamo avanti, per soddisfare le richieste avute
Buona lettura

I GOLOSI


" Come quel cane , che abbaiando agugna,
   " E si racqueta poi che il cibo morde ;
   " Che solo a divorarlo intende, e pugna .
In simil guisa veggiarn le lorde
   Facce di quei, che dalla gola vinti
   Tengono l' alme alla ragione sorde .
Essi da impulso bestiale spinti,
   Volgono intorno l' affamata sanna,
   Quai lupi, che gli ovili hanno precinti :
Per acquistar la preda ognun si affanna,
   E gira il guardo cupido, ed avaro,
   Finchè il pastore sonnacchioso inganna .
Hanno i golosi fatto un idol raro
   Del cibo, e a lui volgend' ogni lor cura,
   Solo il ventre per essi è il Dio più caro .
Solleciti, li vedi e con premura
   In cer' andar di delicate cene,
   Il cui profumo l' intellett' oscura .
Alimentar li vedi le murene,
   Crescere cervi, ed educar falconi,
   Che in aurei lacci quel garzon ritiene,
Dagl' Indi, dagli Egizii e dai Sidoni,
   Vengono spesso gli odorosi unguenti .
   Di cui le mense fuman dei ghiottoni .
Del pepe, del garofano già senti
   L' odor, della cannella la fragranza,
   Che fan venirti dolci svenimenti :
E vedi sibaritica pietanza
   Di Siria cuoco preparare intento,
   L' oro sciupando di regal possanza .
Sicchè gli averi del Signore a stento
   Ponno bastare a splendida cucina,
   Primo pensier di lui, cura e contento .
Sollecito lo vedi la mattina
   Gli ordini dare a cuochi, e servidori
   E chi al macello andar, chi alla marina :
Ed in diversi preparar sapori
   Vedi giovenche di Sorrento, e il pingue
   Appulo agnel dai candidi colori .
Vedi i lacerti preparar, le lingue :
   E del famoso golfo tarantino
   L' ostriche ancor sua voglia non estingue :
Nè le silane trotte, o il latticino
   Del calabro pastor, nè il buon Falerno .
   O il cecubo famoso antico vino .
Ecco, alla mensa di costui discerno
   Triglie dorate ; e perle d' Oriente
   Ornar di pesce insipido l' esterno .
Di Malaga, Lunella, e di Charente
   Vedi i famosi vini, e del muscato
   Siracusano anco l' odor si sente .
Che più ? L' impegnan questo a far beato
   Soltanto il ventre in cui ripongon tutto
   Della vita presente il dolce stato :
E credon che lo spirito, lordo e brutto
   Di tanti vizii, quando l' uom sen muore,
   Torna con lui nel nulla anco distrutto :
Onde, insensati ! sieguono l' errore
   Di quel famoso porco di Epicuro,
   Che del presente avea soltanto amore .
E non credendo al secolo venturo,
   Edamus, et bibamamus, dicea ;
   Chè l' avvenire a noi si affaccia oscuro .
Questa è la vita della gente rea .
   Che di coscienza ogni rimorso attuta,
   E dei delitti suoi ella si bea .
Per essi la materia è sol creduta,
   Ed infangati in mille atre sozzurre,
   Rendono l' alma alla ragione muta .
Sieguono questi le dottrine impure
   Di Sfero, di Lucrezio, e di Fenone,
   Di Sesto, e di Leucippo le brutture
Peggio ! Diventan figli di Pirrone,
   E convertiti in sonnacchiosi bruti,
   Guardano biechi e Socrate , e Platone
Da questo vizio infetti anco i chercuti
   Spesso veggiano, e di beati porci
   Vita manare in odorosi luti .
S' impinguan questi, onde impinguare i sorci ;
   Chè nella tomba tutto giaà finisce,
   Onde, o goloso invano ti contorci .
Se per lauto banchetto il cor gioisce,
   E il tutto mette in disperat' oblio,
   L' aspetto della morte lo atterrisce .
Nè più lo aiuta del suo ventre il Dio,
   Che stupido, corrotto e incostante
   Sparisce , e paga di sue colpe il fio :
Vedi colà quel giovine furfante
   Girovagnando andar per le cantine
   Quel impudico stupido baccante ?
Un vil goloso egli è, che mai confine
   Mette all' orribil vizio della gola,
   Infin che giunge a disperato fine .
Ed ubbriaco diventato, invola
   Alla ragione il freno, ed in sè stesso
   D' essere una gran bestia si consola .
Dai debiti lo vedi un giorn' oppresso
   Andar lungo le strade camminando
   Con volto malinconico, e dimesso .
E spesso l' odi andar bestemmiando
   Il vizio, che gli fè tutto finire,
   Beni, ragione onor gozzovigliando.
Sicchè lo vedi in ultimo fuggire
   Del dì la luce, e all' ombra della notte
   In rubbacchiare altrui mostrar l' ardire .
Che più ? vi son di femmine corrotte,
   Che dalla gola dominate e vinte,
   Ad impudico amor vengon sedotte .
Onde le vedi di vergogna cinte
   Andar pei trivii, e pei quatrivii a tutti
   Bellezze offrire di pudor non tinte .
Quei magistrati ancor, che lordi e brutti
   Son di tal peste, in sè timor non hanno
   Se gli statuti vengono distrutti .
Per appagar lor vizio, essi l' inganno
   Adoprano in segreto, ed in palese,
   E quei son pochi che giustizia, avranno .
E che direi, se a raccontar le offese
   Io mi farei di frati, e sacerdoti,
   Onta e vergogna delle nostre chiese ?
Forse son questi al vero Dio devoti,
   Quando del ventre all' insensato Nume
   Porgono sempre i loro incensi e voti ?
Oh tempi antichi ! Oh candido costume !
   Quando mettean le leggi angusto freno
   A chi smarria della ragione il lume .
Taccio di Fabio, Quinzio, e Labieno,
   Nè d' altr' illustri temperant' io dico ;
   Sol di Lunello mio ricordo appieno .
Questi della virtù fatto nemico,
   Ed in oblio mettendo la sua gloria,
   Di crapole vivea soltanto amico .
Di Cizico egli oscura la vittoria ;
   Di Sinope, di Nisibi, e Trigane
   Sembra che più non parli la sua storia .
Oh la soltezza delle menti umane !
   Che vengon dall' Apostolo chiamate"
   Stupide, cieche, misere profane !
Quando le vede al ventre umiliate .



Da: "Rime e prose di Leonardo Mazza da Bocchigliero"

giovedì 27 ottobre 2016

L'Ira di Leonardo Mazza da Bocchigliero

Continuiamo la pubblicazione dei vizi capitali, qualcuno ci chiede di pubblicarli, ci stiamo pensando, vorremmo pubblicare tutto il libro di Leonardo Mazza da Bocchigliero. Vorremmo che le istituzioni prendessero atto di questo personaggio, e dedicare a lui una via, un luogo culturale, una piazza e comunque facciano conoscere alla popolazione, vicina e lontana, un personaggio di questa caratura e a tutti gli uomini di cultura.
Buona lettura.



 "  IRA  "

Vedeste mai la ripida montana
   Scender gonfio impetuoso fiume
   L' onde frangendo in romorosa frana ;
Qual nunzio della giusta ira del Nume
   Il piano inonda, e gli argini trapassa
   Tra il cup' orror di tempestose brune ;
E mentre il tutto nel passar fracassa
   Giunge superbo in tempestoso mare,
   Dove confuso la possanz' abbassa ?
Ebben ! si puole a questo assimilare
   L' Ira, che ancor nall' uom fa cruda guerra,
   E per diverse vie lo fa peccare .
Ognun, chi più chi meno in questa terra
   Ne sente la fatal cieca possanza
   Onde fra l' ombra della colpa egli erra
Vedi colui, che mostra la baldanza
   Di un Rodomonte, e la vil plebe abbaglia
   Con di parole assai vana iattanza ?
Un iracondo egli è, che alla canaglia
   Solo appartiensi della gente vile,
   O d' ignoranti belve alla ciurmaglia .
Quegli, che tiene in petto irosa bile
   Il vedi ora superbo e minaccioso,
   Or vigliacco pregare in atto umìle ;
Che qual torrente altiero, impetuoso,
   E' l' iracondo, che lo sdegno attuta,
   Quando s' incontra in cuor più burbanzoso .
Si adira il Prence un dì, perchè temuta
   Non è la sua possanza, o forse ancora
   Perchè sua volontà d' altri si muta ?
Ebben ! Sia buono, e il suddito lo adora ;
   Sia giusto e nello avere i saggi allato,
   Tutto cammina dritto, e dentro, e fuora .
Ved' il Ministro, il degno Magistrato
   Rendersi schiavo dell' irosa peste,
   E sempre star col volto corrucciato :
Onde chi a lui ne va con umil veste
   Ad implorar giustizia, egli discaccia
   Come figliuol di genti assai moleste :
Ed all' insulto aggiunge la minaccia
   Sicchè ad un tale spirito bizzarro
   Non osa l' infelice alzar la faccia .
Del Campidoglio i mostri a voi non narro,
   Caligola, Neron Domizio, e Varo,
   Onde intento più in là l' occhio non sparro
Ridir le cose antiche il mio pensiero
   Non è, ma solo il secolo presente
   A me si affaccia minaccioso e fiero :
E veggio baldanzoso ed insolente
   Renders' il ricco, il dotto, l' ignorante,
   Il nobile, la plebe, il vil pezzente .
Vedi molesto, farsi ed arrogante
   Quell' iroso dottor di medicina,
   Che Ippocrate disprezza, e fassi amante
Della funeria mesta Libitina ;
   Onde infelice chi v' incappa ! Spento
   Egli cadrà la sera, o la mattina .
Veggio adirarsi ancora ogni momento
   Quello di legge dottorello arguto,
   Che si stropiccia sonnacchioso il mento .
Ei di Cuiacio polveroso e muto
   Tiene il volume nello studio, e svolge
   Lunghe memorie con un guardo acuto
Di tanto in tanto il guardo egli rivolge
   Alle Pandette ; il Codice non cura
   E del cliente suo poco si accorge,
Onde può fare al certo la sua ventura
   Chi a lui si affida . La difesa è forte
   Se un iracondo ne ritien la cura !
Ed è felice ancor di quei la sorte
   Che ad iracondo giudice si affida
   Alle sentenze od ignoranti o torte .
Egli si sdegna, e minaccioso sgrida,
   E rischia i dritti d' innocente oppresso
   Forse ai delirii di una mente infida
E ancor degli altri magistrati appresso
   Dire vorrei gli errori ad uno ad uno
   Se vengon d' ira molestati spesso .
Ma su le colpe lor mettiamo un bruno
   Velo di oblio ; che forse ognun si emenda
   Quando si accorge che non l' ode alcuno .
Ecco al mio sguardo ancor si offre tremenda
   Ciurma di vili, ed iracondi spirti,
   Che il mondo infetta di sua peste orrenda .
Vorrei più cose, alma iraconda, or dirti
   Di quest' insani, e se parlar potrei,
   Certo farei di tanti error stupirti .
Tu che fremendo, dei pensier più rei
   Pasci la mente, e gonfio tien' il petto
   D' ira, di sdegno, e di furor, chi sei ?
Un atomo tu sei, ombra, od insetto
   Che sperde il vento, e fa tornar nel nulla
   Donde il trasse di Dio l' alto intelletto .
A te che tutto sprezzi, entro la culla
   Sorrise il niente, e l' accompagna bieco
   Fino alla tomba, che ogni fasto annulla
Solo abitar dentro selvaggio speco,
   Nido di belve, l' iracondo è degno,
   Il suo furor portandone con seco .
Di un' alma vil soltanto è tristo segno
   L' ira insensata ; che nel cor si accende
   Dei Grandi sol magnanimo disdegno .
Della possanza imperial si offende
   Il Guelfo, e freme il Ghibellino ardito,
   Onde son l' ire delle sette orrende .
Vedi sdegnoso ancor morders' il dito
   Quel forsennato di Lutero, e poi
   Batter la guancia, dal furor tradito .
Taccio degli altri furibondi eroi,
   Che mostran l' ira pur con modi strani,
   E veggio altieri passeggiar fra noi
Sono di questi gl' intelletti vani,
   Vile lo sdegno, e quindi giova dire :
   " Andate via colà con gli altri cani !
Non atterrisce, no quel folle ardire,
   Che voi mostrate in orgogliosi detti,
   Che fan villana plebe in sè stupire
Sono iracondi assai quei giovanetti,
   Che sol di donna seduttrice in seno
   Tutti concentran gli amorosi affetti .
Allor che gelosia sparge il veleno
   Nel cuor di questi, che non han mai pace,
   L' ira non sente di ragione il freno
Onde alla Luna parlano, che tace,
   Che dei delirii loro in sè si ride,
   Quando li vede immersi nella brace .
E lo sfrenato giocatore uccide
   L' ira che il cor gli strugge, allor che molto
   Egli si fida delle carte infide .
Strilla bestemmia, e quasi avvien che stolto
   Egli diventi ; chè fortuna ingrata
   In altri luoghi ha suo favor rivolto .
Allorchè la sua moglie d' altri amata
   Vede uno sposo, lo consuma l' ira,
   Ma poi si placa se la vede ornata :
E gelosia sprezzando, egli sospira
   Novellamente per l' infida : i pregi
   Della bellezza sua stupido ammira .
Bontà non è che la memoria fregi
   Di tanti vili, neghittosi, e tristi
   Degni di oblio soltanto e di dispreggi .
Si adira il mercator ; perchè gli acquisti
   Vengono meno della sua fortuna,
   Di ladronecci e furberie frammisti .
Gira su l' onde, sue ricchezze aduna,
   Infin che il soffio della sorte avversa
   Poi le ritoglie, e sperde ad una ad una
L' ira del cacciator non è diversa
   Quando per entro alla boscaglia insiegue
   Libera belva dal timor dispersa
Ciurma di veltri, o di mastini siegue
   Quella infelice : ed ei su l' orma incerta
   Ansando forte il suo cammin prosiegue .
Oh la grand' ira della gente inerte !
   L' ira di Bruto sembra, o di Gregorio
   Anime grandi alle bell' opre esperta ?
Sembra lo sdegno dell' Eroe Sertorio,
   Di Scevola, Camillo, e di quel dotto
   Grande orator di Arpino, e di Vittorio ?
E' l' ira un mal, che il mondo ha già corrotto,
   Onde di oblio si spandi eterno velo,
   Dicendo a quei che n' hanno il cor sedotto :
Non isperate mai veder lo Cielo .

   da: "Rime e prose di Leonardo Mazza da Bocchigliero" 1862

martedì 25 ottobre 2016

La Lussuria 3° dei peccati o vizi capitali.

  Ebbene, questo è il terzo vizio capitale, la lussuria, tutti prima o poi inciampiamo in questo vizio, tra i più piacevoli.
Buona lettura        

 " LA  LUSSURIA"

Qual arabo destrier, che a briglia sciolta
   Scorrendo i campi, sparsa la criniera,
   Non più del cavalier la voce ascolta,
Veggo la gioventùde ardita e fiera
   Scorrere i campi d' impudico amore
   Con in volto la benda, o la visiera ;
E da errore correndo in altro errore
   Arrogante, la veggio, e baldanzosa
   Tentar di caste donne il disonore.
Quella, che veggio molto ardimentosa
   Donna all'aureo scarmigliato crine,
   Dall' occhio azzurro e volto di una rosa ;
Mille condurre a disperato fine
   Giovani sconsigliati, a cui soltanto
   Piace lo sguardo d' ingannevol Frine .
Chi è mai ? La voce sua somigli ' al canto
   Delle tre vaghe incantatrici dive .
   Che di sprezzare Uliss' ebbesi il vanto,
Quando giungendo alle funeste rive,
   Ai suoi compagni, nel fatal periglio,
   Ei fè le orecchie dell' udito prive :
Lussuria è dessa ; il cui possente artiglio
   Tutti a sè tira quei, la cui ragione
   Offusca della Dea di Guido il figlio .
Se con ragione Amor viene a tenzone,
   Quella è già vinta, ed avvilita giace
   Sommessa al suo talento e passione;
Chè dove di lussuria arde la face
   Regnan capricci, inganni, e furberia,
   E un cuor corrotto in sè non ha mai pace .
Chi veggio camminar lungo la via
   Dei Lupanar' infami, ove in sozzura
   Mena una vita vergognosa e ria ?
Quegli, cui di lussuria la lordura
   Imbratta il cuore, simile ad un bruto,
   Che di vil fango cuopre la bruttura .
Vedi quel giovinetto andar perduto
   Dietro le tracce di una donna imbelle,
   Da cui dipende stupefatto e muto ?
Osservalo adorar due luci belle,
   E nel delirio suo, nei suoi tormenti
   Narrar le pene sue anco alle stelle .
Lo vedi esposto alle pioggie, ai venti ;
   E per l' orme seguir della sua amata
   Sprezzare i geli, e i raggii più cocenti
Come colomba dal desio chiamata
   Ved ' giuliv ' andar quella fanciulla,
   Che da mille amator viene adorata :
Ella di tutti ride, e si trastulla,
   E mentre oggi ad un sol porge la mano,
   Diman lo immerge in disperato nulla :
Onde il suo cor non è che un teatro arcano :
   E quei, che ciecamente a lui si affida
   Per discoprirne il ver fatica invano .
E' un pregio della donna esser infida,
   Ed il suo cuore offrire a mille amanti,
   Onde un pazzo è quell' uom, che in lei si fida .
Andate, o cicisbei vili e tremanti
   Alle fanciulle tutte a far la corte,
   Con gemiti, sospiri, e tristi pianti .
Sono così possenti le ritorte,
   Con cui son tutti i vostri cuori avvinti,
   Che scioglier li potrà solo la morte .
Rassomigliate a quei, che già sospinti
   Nell' isola di Circe, ammaliati
   Furono tutti, in vili porci finti .
Giovani guardo, e vecchi affascinati
   Da due begli occhi, o da purpuree gote
   Girovagando andar come impazziti .
V' ha chi le pene sue fa chiare, e note
   Ad una vecchia, schifiltosa e brutta,
   Pel desiderio di una pingue dote :
Ed ella il crede, e si abbellisce tutta
   Come fanciulla nella verd ' etade,
   E la canizie sua crede distrutta .
Ed un canuto vecchio alla beltade
   Vedi, di ardita vaga giovinetta,
   Fare la corte, ed implorar pietade :
Lo accoglie sorridento la furbetta,
   E dopo avergl' in sen sparso il veleno
   Di un cieco amor, superba lo rigetta .
Vedi quell' altro perdere il sereno
   Del suo bel volto, e un cuor sentimentale
   Quindi affettar, con la speranza in seno
D' esser' amato da colei, la quale
   Egli soltanto in suo pensiero adora
   Senza svelarle l' amoroso male .
Ecco venir quell' altro con sonora
   Voce, a vantarsi degli amplessi, e baci
   Di donna bella, come vag' aurora :
E a lei la stima con i suoi mordaci
   Detti macchiar, senza che mai la onesta
   Donn' ascoltato avesse i sensi audaci !
Dell' ideale amante, il qual calpesta
   L' onore altrui, per comparir galante,
   E alzar fra i cicisbei fiero la testa .
Chi mai nell' osservar sì fatte, e tante
   Comiche scene riterebbe il riso
   In faccia un amator così furfante ?
Quegli, che porta la baldanza in viso,
   E un cuor vigliacco dentro il sen rinserra,
   Sprezzato è delle donne, oppur deriso .
E quegli poi che abbassa infino a terra
   L' umile fronte, e prega, e piange e geme
   Ha del sesso gentil più dura guerra .
Esso lo incalza, lo malmena e preme,
   Finchè lo spinge a rie stranezze vili,
   Che di delitti son funesto seme .
Tremate adunque, o cicisbei gentili,
   Quando alle donne troppo vi affidate
   Con modi ora superbi, ed ora umìli ;
Chè quando voi di amor più vi beate,
   Di gelosia vi rode orribil tosco,
   Onde nell' odio dall' amor passate .
Però molti amatori ancor conosco
   Che gelosia non hanno, e per vedere
   Nel cuor di loro donne il guardo han losco :
Non vogliono d' inganni essi temere,
   E credono che sia sola infedele
   Quella, che veggono in bordel sedere .
Vana lusinga ! Il ritrovar fedele
   Un cuor di donna è mal tentata impresa ;
   Ma quel dell' uomo ancor spesso è crudele !
Quella, che veggio andar sempre alla Chiesa,
   E frequentando ancor la penitenza,
   La veggio a piè del sacro altar prostesa .
Ha di lussuria vinto la potenza ?
   O d' amorosa fiamma un sol desio
   Non le rimorde in sen la sua coscienza ?
Nol so.... Quel confessor, che fa di un Dio
   Quaggiù le veci, al cuor della innocente
   Disvela un suo pensier malvaggio e rio ?
Egli la forza di lussuria sente ?
   Sollecita, corrompe, alletta, inganna ?
   Ha un cuor di sacerdote, o di serpente ?
Nol so.... Ma gli occhi di ragione appanna
   Amor, che a nullo amato amar perdona .
   E ovunque impera da superba scranna .
A lui ciascuno il cuor cieco abbandona ;
   Per lui profuma ognun la bianca chioma,
   E tra vergogna, e onor dubbio tenzona .
L' alma di ognun da passioni è doma ;
   Nè v' ha chi possa dir con volto ardito
   Da non portar di colpe orribil soma .
Siegue la capra il citiso fiorito,
   Siegue l' agnello il lupo, e ancor ciascuno
   Siegue del cor l' istinto, e l' appetito .
Dunque dobbiam' odiar dirà qualcuno
   Le donne, e star com' apati o macigni,
   Che in sè non hanno sentimento alcuno ?
No ! Il far verso le donne i visi arcigni
   E' un gran delitto, ma peggior è il danno
   Se noi saremo in lor troppo benigni .
Son degni di biasmo quei, che fanno
   A somiglianza ormai dei cagnolini,
   Che dietro al cibo ghiotti se ne vanno .
Lo sono ancora quei, che i damerini
   Fanno dei trivii, pei quatrivii e poi
   Vendon ciarle senza aver quattrini .
Degno di biasmo e quel, che i giorni suoi
   Passa fra i sozz' immondi lupanari
   Con tutti gli altri effeminati eroi :
E poco bada a disbrigar gli affari
   Di sua famiglia : oppur del suo maestro
   Non ode i cenni, e fugge gli scolari .
Questo dei cicisbei studenti è l' estro :
   Viver nel fango d' impudici amori,
   E i libri aprire allor che n' hanno il destro ;
Onde gli vedi giungere agli onori
   Del dottorato delle bestie, e dopo
   Mieter venerei vergognosi allori,
Unica meta, ed onorevol scopo !

lunedì 24 ottobre 2016

L'AVARIZIA 2° dei vizi capitali

          
     Questo è il secondo dei vizi capitali di Leonardo Mazza, visto l'interesse suscitato, continuiamo a pubblicare per portare a conoscenza di tanti, questi capolavori, ......     buona lettura.

   L'AVARIZIA 

Qual coccodrillo ingordo, il quale infetta
   Con l'alito pestifero le sponde
   Del Nilo egizio, e la sua preda aspetta,
Su cui non sazia le sue sanne immonde;
   E dopo aver succhiato il sangue tutto
   Piange sovr' essa ; e ancor più sitibonde
Volge altrove le brame, e morte e lutto
   Lascia nei luoghi, ove le tracce imprime
   Del suo funest' orror, mostrossi brutto :
Tale un mostro è quaggiù, che molti opprime
   Degli uomini, cui giunge il suo fatale
   Alito, e i moti d'onestà reprime..
E' l'avarizia ingorda ! orribil male
   Che tutto infetta dei viventi il core,
   Ed obbliar gli fa di esser mortali.
Vedi colà quell'uom con quanto ardore
   Suda,  e fatica, onde acquistar tesoro
   E bearsi del suo falso splendore?
E' desso un vile avaro, a cui martoro
   Son le ricchezze sue, forse acquistate
   Della virtù con onta, e con disdoro.
V' ha chi di sangue uman forse bagnate
   Porta le mani, onde acquistar ricchezze
   Anco all' orrore dei delitti amate.
Chi d' impudico amore alle carezze
   Cede, e non cura onor, onde acquistare
   Beni, di cui son vane le dolcezze
V' ha chi si mette in pubblico a rubare
   O con la forza, o con gl' inganni, e veggio
   Dell' indigente il sangue, ahimè ! succhiare.
Mille furfanti a lui fanno corteggio,
   E ovunque passa, lascia la ruina
   Di sui delitti, d' ingiustizie, e peggio.
V' ha chi ricuopre sordita rapina
   Col nero vel di farsa ipocrisia,
   Onde ingannare la bontà divina.
Il veggio frequentar l' Eucarestia,
   E nei Delùbri andar da mane a sera
   Cantando e paternostri, e avemaria ;
Con torto il collo, ed umile la ciera,
   Il veggio andar mostrando una pietade,
   Che non so dir se sia fallace, o vera :
E' desso un sozzo avaro, il qual bontade
   Affetta, e con parole, e nello esterno ;
   Ma orribil chiude in sen malignitade.
Se di questi nel cor guardo, e discerno,
   Veggio, che di umiltà sotto lo aspetto
   Si nascondono,  ahimè ! furie d' inferno,
Sol dominate dal possente affetto
   Dell' avarizia, che le fa crudeli
   Contro sè stesse, lacerando il petto.
Ed imitando ancor degl' infedeli
   Ebrei l' oprato, fanno che l' usura
   Sotto aspetto del ben ella si celi.
Vedi colui che affetta di aver cura
   Degl' indigenti, e sollevarli mostra
   Nella miseria opur nella sventura?
Egli è l' obrobrio della stirpe nostra !
   E' desso un usuraio, un crudo avaro,
   Che innanzi all' oro le ginocchia prostra.
Ei presta i suoi favori a prezzo caro
   E il dar per cento il cento, e peggio ancora,
   Alla coscienza sua non è discaro.
E' l' avarizia un verme, che martora
   Il cuor di quei, che credono, ignoranti !
   Eterna esser quaggiù la lor dimora :
Onde li vedi or vili, or petulanti
   Andar sempre cercand' oro ed argento,
   E farne i loro Numi, e i loro Santi.
Nello splendor dell' oro hanno il contento,
   E ritenendol chiuso entro lo scrigno,
   Vivono in grembo a vergognoso stento.
Con abito sudicio, e viso arcigno,
   Li veggio camminar lungo la via ;
   Nè ad essi volge un uom guardo benigno.
Maledetta da Dio vile genia !
   Sei di te stessa capital nemica,
   E meni vita vergognosa , e ria !
Con fronte baldanzosa ed impudica
   Vanti ricchezze , in acquistar le quali
   Tu la colpa soltanto avesti amica !
Vane lusinghe ! Ormai siete mortali,
   E le ricchezze ancor con voi morranno,
   Tristi avari cagion dei vostri mali !
Veggio di quelli ancor, che in alto stanno
   Dall' avarizia infetti andar frugando
   Gli scrigni altrui con ansia, e con affanno ;
E alla giustizia ormai donando il bando .
   Vendon le leggi al ricco baldanzoso
   Con sacrilegio, ahimè ! troppo nefando .
Vi sono anco di quei, che vergognoso
   Traffico fanno delle cose sante,
   Offrendolo a quel ricco burbanzoso :
Onde un malvaggio vedi, ed un furfante
   Nel tempio del Signor, già profanato,
   Lasciar le tracce delle infami piante .
E far delle coscienze altrui mercato,
   Offrendo agl' ignoranti a larga mano
   Cose, che il darle, a Dio è riservato .
Meglio se taccio ; chè il dolermi è vano ;
   Quando avarizia insuperbita, e forte
   In ogni luogo ha posto il piè profano .
Ecco albergar la veggo entro la Corte,
   E dal superb' ostello alla capanna,
   Spander la peste sua peggio che morte .
La veggio in sagrestia sedere a scranna,
   Leggi dettare a frati e sacerdoti,
   Ognun dei quali ad acquistar si affanna .
E sol dell' oro, ahimè ! fatti devoti,
   Pensano sempre ad arricchir l' altare
   Con pingui ereditadi, ed altre doti .
Questi, perchè non vogliono imitare
   La povertà di un Dio, maestro e duce,
   Che volle a tutti l' umiltà mostrare ?
Perchè li abbaglia più la falsa luce
   Dell' oro, e dell' argento, e non la face
   Che su l' altar di Dio chiara riluce .
Ch' è l' avarizia un mal seppe l' audace
   Perseo di Pidna sotto la muraglia,
   Dopo che a Genzio disturbò la pace .
Sergio, Caton, Lucullo, e la ciurmaglia
   Degli altri avari sordida e meschina
   Seppero quanto l' avarizia vaglia :
E il seppe quel dottor di medicina,
   Che per empir la borsa di danari,
   Di un Parroco sposò la concubina .
Sappiate ormai, che a Dio soltanti cari
   Son gl' indigenti, a cui largisce il bene,
   E i ricchi annega in agitati mari,
Ove dei lor delitti hanno le pene .

da: "Rime e prosa di Leonardo Mazza da Bocchigliero 1862

domenica 23 ottobre 2016

Gelosia

Avevamo già parlato di un certo Leonardo Mazza da Bocchigliero, ma non è stato sufficente, anche perchè il nostro motto rimane sempre quello...Oltre, ebbene! abbiamo avuto svariate richieste su Leonardo Mazza, e la redazione ha deciso di pubblicare degli inediti assoluti, mai pubblicati sul web, ancor meno su un semplice ed umile blog. Bisogna fare alcune premesse, per meglio apprezzare lo scritto, che risale al 1862, appena un anno dopo l'Unità d'Italia. Questi pezzi, che andremo a pubblicare, devono essere quasi tradotti, perchè non hanno una composizione attuale, ma si rifanno all'italiano parlato in quel periodo. Stiamo cercando di ristampare questo testo dal titolo: "Rime e Prose per Leonardo Mazza da Bocchigliero", testo di oltre 300 pagine, lo riteniamo un capolavoro, fatto di rime e di poemi quasi epici, come testi immortali e pilastri fondanti della nostra meravigliosa letteratura italiana, questo del Mazza è pochissimo conosciuto, vorremmo condividerlo con voi per gustare una lingua che non c'è più, ma rimane nella nostra memoria quale ricordo indelebile delle nostre radici, delle nostre basi culturali,  che hanno necessità di essere, di tanto in tanto, rinverdite, per vivere primavere mai dimenticate..... buona lettura.

                                                La Gelosia
Perchè con guisa mesta
 Gemi nel tuo cordoglio,
 Anima mia che al soglio
 Di Dio spiegav' il vol.
Perchè ti opprime, e strugge
 Mortal malinconia?
 La pristin allegria
 Anima mia dov'è.
Ove le notti quiete;
 I sogni tuoi sereni;
 Ove dei canti ameni
 Subito il suon fuggì?
E il tuo compagno assiduo
 Un solo, un sol pensiero
 Troppo tiranno, e fiero
 Dell'Alme struggitor.
La gelosia, tiranna
 Di un'alma innamorata
 Ha tutta dileguata
 La nostra ilarità.
Anima mia, più pace
 Non hai su questa terra,
 Ove t'han mosso guerra
 L'amare, e il sospettar.
Se parla, o guarda, o ride
 Ad altri la tua amante,
 Ti rende palpitante,
 Ti mette nel furor.
E' questo un'infelice,
 Un vivere scontento, 
 Non godi un sol momento
 Di gioia e di piacer.
Dunque chè più si tarda?
 Si lasci, anima mia
 L'amor, la gelosia
 Con esso svanirà. 
                   da "Rime e Prose per Leonardo Mazza da Bocchigliero".

venerdì 21 ottobre 2016

Peccati Capitali 1° La Superbia.

Questo è il primo dei peccati capitali, inizieremo da questo per arrivare a pubblicare tutti i   peccati capitali scritti da Leonardo Mazza da Bocchigliero.
Tanti ci chiedono notizie su questo paesano, noi ci stiamo provando.. intanto gustatevi come scriveva questo bocchiglierese.


                   

La Superbia
La Superbia

Qual uragano, che dai monti altieri
   Cala fremendo, e nelle valli amene
   Lascia di sue ruine orme, e sentieri;
Qual'onda, che mugghiando altra sen viene
   Accavallata su i cerulei campi
   Scuotendo i fianchi delle rauche arene,
Qual notte oscura, a cui funesti lampi
   Squarciando il seno, e nel notturn'orrore
   Sembra che il mondo abbandonato avvampi;
Tale fra noi quaggiù scese un errore,
   Nato nel cielo, ed alla stirpe umana
   Cagion di pianto immenso, e di dolore;
E la superbia! Di satan la vana
   Cieca lusinga di uguagliarsi a Dio,
   Che in sè si ride di una mente insana.
Ove innalzi,Lucifero, il desio?
   Di farti un Nume? Oìbò! Vana è l'impresa,
   Se del mare maggior vuol fars' il rio.
Empio! Punisce l'inaudita offesa,
   Il Ciel, che abbatte la ribella schiera,
  Che nel fuoco infernal giace prostesa.
Dimmi, Adamo, dov'è la tua primiera
   Santa virtù, che ti facea dal Cielo
   Scende l'angel di Dio da mane a sera?
Più non sei giusto: e di ria colpa il velo
   Adombra l'alma tua, onde avvilito
   Andrai ramingo, esposto al caldo, al gelo;
Anche al soglio di Dio volgesti ardito
   L'avido sguardo; e nell'ardir tuo cieco
   Non conoscesti ch'ei tropp'alto è sito?
L'Eden lasciasti, in solitario speco
   Ad abitar ne andasti; e nell'esiglio
   La Morte, il Pianto, il Duol vennero teco;
Perchè della superbia il duro artiglio
   Carpì del core tuo le voglie impure
   Onde impudente al Ciel volgest'il ciglio:
E del Nume spezzando le fatture,
   Che a te d'intorno quai zelanti ancelle
   Somministravan le modeste cure.
Al tuo Signor ti fèsti,ahimè!ribelle,
   E della Terra nn curando il Trono,
   Far ti volevi un di' Re delle stelle.
Vana lusinga!Le creature sono
   Atomi vili,che disperde un solo
   Girar di ciglio dell'eterno Buono.
Quelli che vuo!troppo innalzarsi al volo
   D'Icaro imi'tà i mal sicuri vanni,
   E vien dall'alto a rotolar nel suolo.
Quegli che vedi sui gemmati scanni,
   Superbo assiso,del Signor la mano
   Nella miseria immerge,e negli affanni:
E l'infelice si dibatte invano;
   Chè i vili esalta,e i potenti abbatte,
   Del tutto il Re col suo poter sovrano.
Quei,che l'aspro sentier di gloria batte,
   E fra i disagii di una vita onesta
   Ama virtude,e il vizio sol combatte,
Nol vedi burbanzoso alzar la testa,
   Ned insultare il debole che geme
   Sotto capanna ruvida,e modesta:
Umil cammina;nè il dispregio teme
   Di un qualche vil;nè la calugna infame
   Con l'alito pestifero lo preme.
Quegli,al contraio,che le ingorde brame
   Volge ad onor da lui unqua mertati,
   Superbo incede fra le genti grame,
Tutti i buoni son già da lui sprezzati:
   Ed ei;perchè si vede in qualche posto,
   Vuol tutti ai piedi veder prostrati.
Ei vile!tenda d'innalzarsi a costo
   Della virtude,e dell'altrui fortuna,
   Chè un cuor malvagio a dentro il sen nascosto.
Quale sentina in cui tutta si aduna
   La impura feccia di orrida sozzura,
   E' dei superbi il cor, che in se raguna
D' infami vizii orribile lordura,
   Che sopra i monti, e nell'ameno lande
   L'alito emana di sua peste impura.
Non è l'impiego, che fa l'uomo grande,
   Ma è l'uomo grande,  che il suo posto onora,
   E a sè d' intorno chiara luce spande.
Un uomo infame il posto disonora;
   E sempre è vil, quantunque burbanzoso
   Con vera ipocrisia l' opre colora:
Non innalzi la fronte baldanzoso
   Quegli,  che sol di falsi merti è adorno;
   Ma chini al suolo il guardo vergognoso.
Come coi raggii il sol rischiara il giorno,
   Così con l'opre la virtù si mostra,
   E sempre briila dell'invidia a scorno.
E voi, dinnanzi a cui tutta si prostra
   Umil plebaglia intimorita, e vile
   Adulatrice della boria vostra.
Credete che vi scorra un più gentile
   Sangue per dentro alle patrizie vene,
   E sia la stirpe d'altra gente umìle?
Credete che sia grande chi ritiene
   Cento degli avi affumicate tele,
   Lieti ricordi di sofferte pene?
Chi è degli avi suoi germe infedele
   E vanta sol di quei la glori' antica,
   Li disonora in modo assai crudele.
A quei, che tiene la virtù nemica,
   E non ha merti personal', il vanto
   Che giova dell'altrui fronte pudica?
Fa come quei, che in su la scena il manto
   Indossa dei sovrani, e rappresenta
   Un finto Rege; un Baco, un Radamanto,
Fa come Scimia, che imitar già tenta
   L' opre dell'uomo, e spinge il volgo al riso
   Quando la vede alla bell' opra intenta.
Giù, vigliacchi, abbassate il fiero viso;
   Nè della stirpe producete i vanti,
   Quando avete di fango il capo intriso.
Oggi vediam fra noi mille furfanti
   Dal regolo sotiti, o dall'incude,
   Vantar natali, e poi farsi arroganti.
Vili ! Voi stessi la superbia illude,
   E l'arroganza vostra ognun disprezza ;
   Chè un cuor vigliacco nel suo sen racchiude
Ogni patrizio, la cui grande altezza
   Solo consiste in arrogante fasto
   Di titoli mal compri, e di fierezza.
V' è chi si vanta d' ubertoso e vasto
   Retaggio di poderi, e di tesori
   Dagli avi trapassati a lui rimasto:
Ed ei ripon la cima degli onori
   In posseder dovizie in abbondanza,
   Qual mezzo di delitti, e disonori.
Dimmi : perchè nel cor tanta baldanza?
   Perchè sei ricco? Ebben ! nel sol danaro
   Tutta riponi, o vil, la tua jattanza?
Fors'è l'acquisto di malvagio avaro
   La tua ricchezza, o figlia di un delitto,
   Che il ricordarlo ti sarà discaro.
Ogni uomo onesto, che cammina dritto,
   Dopo molte fatiche appen' acquista
   Quanto gli basta a procacciars' il vitto.
Ond' egli suda, gela, e si rattrista,
   E in fin degli anni alla diletta prole
   Lascia miseria di virtù commista.
Che val dunque, o superb' il far parole,
   E millantarvi di propizia sorte,
   Se l' opre vostre sono esposte al sole?
Se in man tenete il dritto del più forte?
   Rubate , assassinate ogn' uom onesto?
   Vili e furfanti a voi fanno la corte?
Onde vi giova il camminar modesto,
   Acciò nessun vi guardi, e nella mente
   Non ridesti per voi pensier funesto.
Vedi avanzare ancor superbamente
   I semidotti, che imparato avranno
   Appena un cujus, o non sanno niente ;
Onde li vedi assisi in su lo scanno
   Far i dottori, e schiccherare al volgo
   Mille sentenze, che le bestie sanno.
Ahimè ! che invano il mio pensier rivolgo
   A questa vile perfida canaglia,
   E dei delitti loro invan mi dolgo.
E' il tempo, in cui soltanto la murmaglia
   Degli ignoranti, dei superbi, e tristi
   Fiera s' innalza, ed i vigliacchi abbaglia !
Vedi una ciurma d' ignoranti artisti
   Delle bell' arti profanare il tempio;
   E star Filosofia entro i Sofisti.
Poi delle leggi vedi orrendo scempio
   Far gli avvocati tutti, e i magistrati,
   Che fanno Astra tremar pel tristo esempio.
Vedi colà superb' innamorati
   Vantar l'amore di pretesa donna ;
   Cui giungono, ma indarno, i trsti piati.
Veggio superba mettersi la gonna
   Quella furbetta , che le donne imita
   Del Tevere, dell'Arno, e di Garonna.
Vili ! non sanno che la corta vita
   Sempre trascorre, ahimè ! dentro gl' inganni,
   E di lusinghe vane ancor nutrita?
Giù giù calate, o superbotti, i vanni,
   Nè della sorte vi fidate assai ;
   Chè nella gioia vengono gli affanni.
Sol nei dorati alberghi entrano i guai,
   E della plebe, dall' umil capanna
   La pace, il fido amor non fuggon mai.
Or tu che vuoi sederti in su la scranna
   Per giudicar da lungi mille miglia
   Con la veduta corta di una spanna.
Sappi che di Satanno infausta figlia
   E' la superbia, ed il Signor discaccia
   Dal core suo chi a lei si rassomiglia ;
E gli umili soltanto al seno abbraccia.









giovedì 20 ottobre 2016

LE VERGHE DI ORO (leggende paesane)


Territorio nel 1930 ( TRECCANI Enciclopedia) 



Vogliamo raccontarvi una leggenda, che abbiamo trovato in un testo del 1862 (appena un anno dopo l'Unità d'Italia). Testo di cui vi abbiamo già parlato,"Rime e Prose per Leonardo Mazza da Bocchigliero", ma adesso entriamo in una di queste meravigliose prose con rime e con una scrittura oramai scomparsa, un pò come la divina commedia di Dante, più volte citato nel testo. La leggenda di cui ci racconterà Leonardo Mazza successe, se successe, durante gli anni in cui il simbolo di Bocchigliero, era questo,(nella foto),che è un nostro biglietto da visita" TERRA BVCCHIGLIERI ". Abbiamo scelto di presentarvi questo pezzo per non dimenticare, mai, le nostre Radici, Storiche e Culturali, che sono la nostra colonna portante nella costruzione dell'Identità Antropologica di un popolo...e sicuramente Oltre.





       

         LE VERGHE DI ORO
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                                                                                                                    LEGGENDA PAESANA


Qual profondo del mar segreto abisso,
 Che mai, si appaga della orribil piena
 Di mille rivi, e di torrenti, e piogge,
 E' il cuor dell'uomo! A Lui dell'onde azzurre
 Il vasto interminabile orizzonte,
 Gli estesi campi, le profonde valle,
 E la stellata immensità dei Cieli
 Son poca cosa. In lui terribil guerra
 Fanno gli impulsi di contrarii affetti;
 Onde rivolge inquieto il suo pensero
 All'aquisto di un ben, di cui soltanto
 E' rimasta quaggiù la ricordanza;
 Felicitade io dico! Ahimè! affannoso
 L'uomo la cerca fra gli onor; sul trono;
 Fra lo splendore di ricchezze immense;
 Nei dolci amplessi di vezzos'amante;
 Ma invan! Del cuore suo duro governo
 Fa la pervers'Ambizion, che cieca
 Giammai non sazia la bramosa voglia,
 E da oggetto volando in altro oggetto,
 Ogni legame di natura spezza,
 E sacrilega, orrenda, parricida
 Infin diventa, senz'aver mai posa.
 Nell'amore gli versa entro le vene
 Tosco mortal di Gelosia la orrenda
 Cieca mània, che furioso il rende.
 E nel desio delle ricchezze, il core
 Gli rode orribil verme, l'interesse!
 Quel funesto malor, che inoculando
 Il suo veleno entro agli umani petti,
 Spinge i mortali agli spergiuri, ai vili
 Iniqui tradimenti ; ad ogn' infame
 Lorda sozzurra; all'adulterio, al sangue.
 A quai tremendi orribili delitti
 L'uomo non spinge l'esecranda fame
 Dell'oro? Ahimè di Polidoro io taccio!
 E d'altri mille assai funesti casi
 Orridi effetti di avarizia ingorda.

Dirò soltanto dell'orrendo scempio,
 Che d'innocente garzoncello fece
 Un uomo iniquo della patria mia,
 Di cui si serb'ancor trista memoria
 Fra i più tardi nipoti, a cui le vene
 Tremar di orrore in ricordarlo ai figli.
 D'alta montagna in su la cima siede
 Di Bocchigliero la terra, che superba
 Quasi Regina delle nubi stende
 L'acuto sguardo da lontano al Jonio,
 E dopo il ghiaccio dell'Inverno ride
 Come sposa novella, inghirlandata
 Da mille grati variopinti fiori,
 Che lambe il bacio d'olezzante auretta.
 Quivi, un secolo è già, vivea superbo
 Di sue ricchezze di Fuligno un figlio,
 Ricco di mandre, e di poderi; un vago
 Garzoncello tenea qual guardiano
 Di un piccolo stuolo di setosi porci,
 Che in Vallodoro a pascolar mandava.
 Mentre un giorno colà
 Quel giovinetto
 Pascer faceva le setose belve
 IN mezzo al grembo di una valle opaca,
 Quelle col muso rovistando, fuora
 Dal rimosso terren trasser due verghe.
 Appena egli le vide, assai giulivo
 Corse, le prese, le guardò più volte,
 E di acciaio, credendole, o di ferro,
 Presto ne andiede, al suo Patron recolle,
 Appena in su le stesse il guardo volse
 L'avaro ingordo, ch'eran d'oro vidde;
 E n'esultò.Mille carezze fece
 Al garzoncello; e il dimandò più volte
 Donde a te queste verghe?In vallodoro
 L'ho rinvenute, il giovinetto disse,
 Nel rovistio delle grugnanti belve.
 Queste verghe di acciaio un dì nascose
 L'avolo mio colà, disse quel furbo:
 Orgiunto è il tempo, in cui riprender deggio
 Quanto a me s'appartien: ragazzo, andiamo
 Colà dove tu queste hai rinvenute

Era il giorno all'occasso: e l'orizzonte
 Irradiava la purpurea luce
 Del sol, che disparia nell'occidente.
 Allor quei due solinghi e non veduti
 Mosser di Vallodoro in ver la selva,
 Delle verghe fatali alla scoperta.
 Lieto innanzi ne andava il giovinetto,
 E pensieroso e cupo lo seguiva
 Dappresso il suo padron,che incerto,e tristo
 Volgeva intorno sospettoso il guardo
 Come lupo rapace, il qual si accinge
 A dar la caccia alle dormenti mandre
 Giunsero quivi allor che l'Universo
 Della sera copriva il bruno ammanto,
 E del crepuscol suo l'incerto raggio
 Delle cose mostrava appena appena
 Il morente colore. Allor posaro
 Stanchi, anelanti a rinfrescar la lena
 Sui verdi strati di olezzant'erbetta.
 Primo il garzone incominciò. Signore,
 Vedi il terreno rovistato?Il veggio.
 Ebben! colà trovai quelle tre verghe.

Come scaltro mastino, il qual da lungi
 Guarda la preda, e frettoloso addosso
 Le corre: in simil guisa il folle avaro
 Corse, tenendo in man rustica mazza,
 E la diede al garzon, prendi, dicendo
 Apr'il terreno: e quei tost'obbediva
 Taciturno al comando del suo Sire.
 Dopo alquanti minuti il buon garzone
 Dato un colpo di marra, ode un tintinno
 Di metalli oggetto, e più frequenti
 Cadono i colpi allora, infin che scopre
 Lunga cassa di legno infracidata,
 Sentì l'avaro allor stringers'il cuore
 Tra il timore e la gioia: in un momento
 Aprì la cassa, e la rinvenne piena
 Tutta di verghe di pregevol, oro.
 Appena ei vide il gran tesoro, in petto
 Sentì balzarsi per la gioia il core.
 Ma poi temendo che il garzone avrebbe
 La sua fortuna di svelato altrui,
 Ed il Fisco Real stesa vi avesse
 La sua mano possente; chè in quel tempo
 Su i tesor il suo dritto aveva il Fisco,
 L'orribil concepì fiero disegno
 D'immolar l'innocente garzoncello,
 Vittima sacra all'avarizia sua!
 In quel momento, in cui dense copriano
 Tenebre il mondo,lo condusse in riva
 Di un ruscello vicino: ed impugnato
 Terribilbrando minaccioso alzava
 L'esecrabile destra, onde ferire
 Il meschinello. Appena egli lo vide
 Minacciargli la vita, genuflesso
 Cadde ai suoi piedi, e dimandò più volte...
 Perchè mi uccidi? Cosa mai ti ho fatto?
 E singhiozzando gli chiedea perdono
 Delle sue colpe, se qualcuna in lui
 Commessa egli ne avea. Ma quello in petto
 Roder sentia dell'interesse il verme,
 Ond'era sordo alla pietà. Più volte
 Vibrò nel petto all'infelice il brando,
 E quei cadde, chiamando nel morire
 Il dolcissimo nome di Maria....
 Quindi gettollo il fiero in mezzo all'onde
 Del rio, che mormorando i suoi lamenti
 Alzav'al Ciel per così gran delitto.
 Torna, ciò fatto alla fatale cassa
 Dell'auree verghe e le trasporta in casa:

Invan si tenta coi delitti orrendi
 Comprar felicità! Crudo rimorso
 Fa nel petto del reo terribil guerra:
 Gli turba i sogni, e lo molesta in veglia
 Coi tremendi latrati. Hai stolta, e vana
 Lusinga dei mortali! Allorchè l'uomo
 Cerca il bene nel male. Il mal peggiora,
 Fassi reale, e il ben presto dispare
 Qual nebia mossa da contrarii venti.
 Lo sciagurato, a cui grondava il sangue
 Dell'innocente dall'infame destra,
 Non ebbe mai nel viver suo riposo:
 Stava solingo: e sbigottito il guardo
 Volgeva intorno, come un uom che teme
 La vendetta di alcuno. I sogni suoi
 Turbava orribil gigantesco spettro!
 Livido il volto, e scarmigliato il crine
 Volgea su lui lo sguardo minaccioso,
 E gridava: Crudel, nel fuoco eterno
 Andrai perduto! E mentre vivi, in pace
 Non poserai per un istante il capo!!

E gli mostrava insanguinato brando,
 Su cui scolpiva con la destra mano:
 " Sangue innocente! E rivolgendo il ferro
 V'imprimeva " Del Ciel giusta vendetta!
 A tal vista, a tai detti egli tremava:
 Volea gridar, ma gli moria la voce
 Nell'affannoso straziato petto:
 Onde dal sonno si destava; e intorno
 Volgea smarrito e spaventato il guardo.
 Gridando: aiuto! aiuto! aiuto! aiuto!
 E si mettea sul viso ambe le palme.
 Così puniva il Ciel l'orrendo scempio
 Dell'innocente anciso giovinetto,
 L'ombra del quale, orribile fantasma!
 Tremar faceva l'uccisore infame.

Tra i rimorsi, le veglie e la paura
 Visse molti anni quell'incordo avaro,
 Privo dei lumi; che a punirlo Iddio
 Dell'avarizia sua, dei suoi delitti.
 Gli tolse il mezzo di veder dell'oro
 Il funesto splendor, che l'abbagliava,
 Fino a renderlo, ahimè! Vile omicida,
 Giunse al fine per lui l'ora fatale,
 Che l'appellava dell'Eterno Al Trono,
 Qual reo dinnanzi alla Giustizia vera.

Egli moriva: e nel morir più volte
 Maledisse il Creato, e l'esistenza
 Dell'alma sua, che nel terribil nulla
 Volea già spenta. Ahi sciagurato! Eterna
 Terribil'esistenza ora ti aspetta
 Nella cupa infernal sede dei rei,
 Dove iuvan dei tuoi falli avrai cordoglio.
 Ivi a neri caratteri vedrai
 Scritta del Ciel terribile sentenza "
 " Ecco la valle, ove la gioia è morta!
 " Lasciate ogni speranza voi ch'entrate!
 Nè avrai benigno spirito, che ti dica:
 Quì si convien lasciare ogni paura;
 Ma di Cerbero invece la fumante
 Triplice gola troverai, che in petto
 Ti verserà d'inferno ardenti fiamme.
 Infatti egli moriva: e allor che inquieto
 Al suo corpo un addio dava lo Spirito,
 D'angeli neri orribile caterva
 L'accolse in seno, ed esultante sparve.


Da : "_________ Rime e Prose per Leonardo Mazza da Bocchigliero___________"


OLTRE

                                                         

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Sarà una finestra dalla quale comunicheremo e approfondiremo ciò che ci sembrerà più opportuno; Cultura, Storia e Antropologia, ma anche politica e attualità, noi, non demordiamo, inizia un nuovo cammino che ci porterà a nuovi progetti, a nuovi lidi.
Non cerchiamo i "mi piace", non chiediamo di commentare, vi chiediamo di venirci a trovare e voi stessi partecipare, per riempire di contenuti il nostro, il vostro Blog, che punta molto in alto, per avere il massimo da tutti.
Naturalmente stiamo facendo una selezione degli articoli, post, più interessanti, di Bocchigliero Oltre, per riportali in questo nuovo spazio:" Oltre Bocchigliero".
Gli obiettivi e le ambizioni di questa nuova avventura sono alti, vorremmo, però, avere veramente il contributo di chi ci legge, e di chi vorrà partecipare.
Dedicheremo spazio al passato, ma anche al futuro, per vivere un presente radioso.
Non saremo teneri, non saremo forieri di bufale web, ne è letteralmente piena la rete.
Saremo delle aquile, per lo sguardo, dei curiosi, per approfondire e comprendere.
Non ci lasceremo intimorire dai colossi, ricordando Davide e Golia, non smetteremo di avere dei motti;                                                     "La storia la fa chi arriva prima"
E soprattutto  dobbiamo conoscere il nostro passato, le nostre radici per essere certi di sapere chi siamo e dove andiamo.