lunedì 24 ottobre 2016

L'AVARIZIA 2° dei vizi capitali

          
     Questo è il secondo dei vizi capitali di Leonardo Mazza, visto l'interesse suscitato, continuiamo a pubblicare per portare a conoscenza di tanti, questi capolavori, ......     buona lettura.

   L'AVARIZIA 

Qual coccodrillo ingordo, il quale infetta
   Con l'alito pestifero le sponde
   Del Nilo egizio, e la sua preda aspetta,
Su cui non sazia le sue sanne immonde;
   E dopo aver succhiato il sangue tutto
   Piange sovr' essa ; e ancor più sitibonde
Volge altrove le brame, e morte e lutto
   Lascia nei luoghi, ove le tracce imprime
   Del suo funest' orror, mostrossi brutto :
Tale un mostro è quaggiù, che molti opprime
   Degli uomini, cui giunge il suo fatale
   Alito, e i moti d'onestà reprime..
E' l'avarizia ingorda ! orribil male
   Che tutto infetta dei viventi il core,
   Ed obbliar gli fa di esser mortali.
Vedi colà quell'uom con quanto ardore
   Suda,  e fatica, onde acquistar tesoro
   E bearsi del suo falso splendore?
E' desso un vile avaro, a cui martoro
   Son le ricchezze sue, forse acquistate
   Della virtù con onta, e con disdoro.
V' ha chi di sangue uman forse bagnate
   Porta le mani, onde acquistar ricchezze
   Anco all' orrore dei delitti amate.
Chi d' impudico amore alle carezze
   Cede, e non cura onor, onde acquistare
   Beni, di cui son vane le dolcezze
V' ha chi si mette in pubblico a rubare
   O con la forza, o con gl' inganni, e veggio
   Dell' indigente il sangue, ahimè ! succhiare.
Mille furfanti a lui fanno corteggio,
   E ovunque passa, lascia la ruina
   Di sui delitti, d' ingiustizie, e peggio.
V' ha chi ricuopre sordita rapina
   Col nero vel di farsa ipocrisia,
   Onde ingannare la bontà divina.
Il veggio frequentar l' Eucarestia,
   E nei Delùbri andar da mane a sera
   Cantando e paternostri, e avemaria ;
Con torto il collo, ed umile la ciera,
   Il veggio andar mostrando una pietade,
   Che non so dir se sia fallace, o vera :
E' desso un sozzo avaro, il qual bontade
   Affetta, e con parole, e nello esterno ;
   Ma orribil chiude in sen malignitade.
Se di questi nel cor guardo, e discerno,
   Veggio, che di umiltà sotto lo aspetto
   Si nascondono,  ahimè ! furie d' inferno,
Sol dominate dal possente affetto
   Dell' avarizia, che le fa crudeli
   Contro sè stesse, lacerando il petto.
Ed imitando ancor degl' infedeli
   Ebrei l' oprato, fanno che l' usura
   Sotto aspetto del ben ella si celi.
Vedi colui che affetta di aver cura
   Degl' indigenti, e sollevarli mostra
   Nella miseria opur nella sventura?
Egli è l' obrobrio della stirpe nostra !
   E' desso un usuraio, un crudo avaro,
   Che innanzi all' oro le ginocchia prostra.
Ei presta i suoi favori a prezzo caro
   E il dar per cento il cento, e peggio ancora,
   Alla coscienza sua non è discaro.
E' l' avarizia un verme, che martora
   Il cuor di quei, che credono, ignoranti !
   Eterna esser quaggiù la lor dimora :
Onde li vedi or vili, or petulanti
   Andar sempre cercand' oro ed argento,
   E farne i loro Numi, e i loro Santi.
Nello splendor dell' oro hanno il contento,
   E ritenendol chiuso entro lo scrigno,
   Vivono in grembo a vergognoso stento.
Con abito sudicio, e viso arcigno,
   Li veggio camminar lungo la via ;
   Nè ad essi volge un uom guardo benigno.
Maledetta da Dio vile genia !
   Sei di te stessa capital nemica,
   E meni vita vergognosa , e ria !
Con fronte baldanzosa ed impudica
   Vanti ricchezze , in acquistar le quali
   Tu la colpa soltanto avesti amica !
Vane lusinghe ! Ormai siete mortali,
   E le ricchezze ancor con voi morranno,
   Tristi avari cagion dei vostri mali !
Veggio di quelli ancor, che in alto stanno
   Dall' avarizia infetti andar frugando
   Gli scrigni altrui con ansia, e con affanno ;
E alla giustizia ormai donando il bando .
   Vendon le leggi al ricco baldanzoso
   Con sacrilegio, ahimè ! troppo nefando .
Vi sono anco di quei, che vergognoso
   Traffico fanno delle cose sante,
   Offrendolo a quel ricco burbanzoso :
Onde un malvaggio vedi, ed un furfante
   Nel tempio del Signor, già profanato,
   Lasciar le tracce delle infami piante .
E far delle coscienze altrui mercato,
   Offrendo agl' ignoranti a larga mano
   Cose, che il darle, a Dio è riservato .
Meglio se taccio ; chè il dolermi è vano ;
   Quando avarizia insuperbita, e forte
   In ogni luogo ha posto il piè profano .
Ecco albergar la veggo entro la Corte,
   E dal superb' ostello alla capanna,
   Spander la peste sua peggio che morte .
La veggio in sagrestia sedere a scranna,
   Leggi dettare a frati e sacerdoti,
   Ognun dei quali ad acquistar si affanna .
E sol dell' oro, ahimè ! fatti devoti,
   Pensano sempre ad arricchir l' altare
   Con pingui ereditadi, ed altre doti .
Questi, perchè non vogliono imitare
   La povertà di un Dio, maestro e duce,
   Che volle a tutti l' umiltà mostrare ?
Perchè li abbaglia più la falsa luce
   Dell' oro, e dell' argento, e non la face
   Che su l' altar di Dio chiara riluce .
Ch' è l' avarizia un mal seppe l' audace
   Perseo di Pidna sotto la muraglia,
   Dopo che a Genzio disturbò la pace .
Sergio, Caton, Lucullo, e la ciurmaglia
   Degli altri avari sordida e meschina
   Seppero quanto l' avarizia vaglia :
E il seppe quel dottor di medicina,
   Che per empir la borsa di danari,
   Di un Parroco sposò la concubina .
Sappiate ormai, che a Dio soltanti cari
   Son gl' indigenti, a cui largisce il bene,
   E i ricchi annega in agitati mari,
Ove dei lor delitti hanno le pene .

da: "Rime e prosa di Leonardo Mazza da Bocchigliero 1862

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