martedì 25 ottobre 2016

La Lussuria 3° dei peccati o vizi capitali.

  Ebbene, questo è il terzo vizio capitale, la lussuria, tutti prima o poi inciampiamo in questo vizio, tra i più piacevoli.
Buona lettura        

 " LA  LUSSURIA"

Qual arabo destrier, che a briglia sciolta
   Scorrendo i campi, sparsa la criniera,
   Non più del cavalier la voce ascolta,
Veggo la gioventùde ardita e fiera
   Scorrere i campi d' impudico amore
   Con in volto la benda, o la visiera ;
E da errore correndo in altro errore
   Arrogante, la veggio, e baldanzosa
   Tentar di caste donne il disonore.
Quella, che veggio molto ardimentosa
   Donna all'aureo scarmigliato crine,
   Dall' occhio azzurro e volto di una rosa ;
Mille condurre a disperato fine
   Giovani sconsigliati, a cui soltanto
   Piace lo sguardo d' ingannevol Frine .
Chi è mai ? La voce sua somigli ' al canto
   Delle tre vaghe incantatrici dive .
   Che di sprezzare Uliss' ebbesi il vanto,
Quando giungendo alle funeste rive,
   Ai suoi compagni, nel fatal periglio,
   Ei fè le orecchie dell' udito prive :
Lussuria è dessa ; il cui possente artiglio
   Tutti a sè tira quei, la cui ragione
   Offusca della Dea di Guido il figlio .
Se con ragione Amor viene a tenzone,
   Quella è già vinta, ed avvilita giace
   Sommessa al suo talento e passione;
Chè dove di lussuria arde la face
   Regnan capricci, inganni, e furberia,
   E un cuor corrotto in sè non ha mai pace .
Chi veggio camminar lungo la via
   Dei Lupanar' infami, ove in sozzura
   Mena una vita vergognosa e ria ?
Quegli, cui di lussuria la lordura
   Imbratta il cuore, simile ad un bruto,
   Che di vil fango cuopre la bruttura .
Vedi quel giovinetto andar perduto
   Dietro le tracce di una donna imbelle,
   Da cui dipende stupefatto e muto ?
Osservalo adorar due luci belle,
   E nel delirio suo, nei suoi tormenti
   Narrar le pene sue anco alle stelle .
Lo vedi esposto alle pioggie, ai venti ;
   E per l' orme seguir della sua amata
   Sprezzare i geli, e i raggii più cocenti
Come colomba dal desio chiamata
   Ved ' giuliv ' andar quella fanciulla,
   Che da mille amator viene adorata :
Ella di tutti ride, e si trastulla,
   E mentre oggi ad un sol porge la mano,
   Diman lo immerge in disperato nulla :
Onde il suo cor non è che un teatro arcano :
   E quei, che ciecamente a lui si affida
   Per discoprirne il ver fatica invano .
E' un pregio della donna esser infida,
   Ed il suo cuore offrire a mille amanti,
   Onde un pazzo è quell' uom, che in lei si fida .
Andate, o cicisbei vili e tremanti
   Alle fanciulle tutte a far la corte,
   Con gemiti, sospiri, e tristi pianti .
Sono così possenti le ritorte,
   Con cui son tutti i vostri cuori avvinti,
   Che scioglier li potrà solo la morte .
Rassomigliate a quei, che già sospinti
   Nell' isola di Circe, ammaliati
   Furono tutti, in vili porci finti .
Giovani guardo, e vecchi affascinati
   Da due begli occhi, o da purpuree gote
   Girovagando andar come impazziti .
V' ha chi le pene sue fa chiare, e note
   Ad una vecchia, schifiltosa e brutta,
   Pel desiderio di una pingue dote :
Ed ella il crede, e si abbellisce tutta
   Come fanciulla nella verd ' etade,
   E la canizie sua crede distrutta .
Ed un canuto vecchio alla beltade
   Vedi, di ardita vaga giovinetta,
   Fare la corte, ed implorar pietade :
Lo accoglie sorridento la furbetta,
   E dopo avergl' in sen sparso il veleno
   Di un cieco amor, superba lo rigetta .
Vedi quell' altro perdere il sereno
   Del suo bel volto, e un cuor sentimentale
   Quindi affettar, con la speranza in seno
D' esser' amato da colei, la quale
   Egli soltanto in suo pensiero adora
   Senza svelarle l' amoroso male .
Ecco venir quell' altro con sonora
   Voce, a vantarsi degli amplessi, e baci
   Di donna bella, come vag' aurora :
E a lei la stima con i suoi mordaci
   Detti macchiar, senza che mai la onesta
   Donn' ascoltato avesse i sensi audaci !
Dell' ideale amante, il qual calpesta
   L' onore altrui, per comparir galante,
   E alzar fra i cicisbei fiero la testa .
Chi mai nell' osservar sì fatte, e tante
   Comiche scene riterebbe il riso
   In faccia un amator così furfante ?
Quegli, che porta la baldanza in viso,
   E un cuor vigliacco dentro il sen rinserra,
   Sprezzato è delle donne, oppur deriso .
E quegli poi che abbassa infino a terra
   L' umile fronte, e prega, e piange e geme
   Ha del sesso gentil più dura guerra .
Esso lo incalza, lo malmena e preme,
   Finchè lo spinge a rie stranezze vili,
   Che di delitti son funesto seme .
Tremate adunque, o cicisbei gentili,
   Quando alle donne troppo vi affidate
   Con modi ora superbi, ed ora umìli ;
Chè quando voi di amor più vi beate,
   Di gelosia vi rode orribil tosco,
   Onde nell' odio dall' amor passate .
Però molti amatori ancor conosco
   Che gelosia non hanno, e per vedere
   Nel cuor di loro donne il guardo han losco :
Non vogliono d' inganni essi temere,
   E credono che sia sola infedele
   Quella, che veggono in bordel sedere .
Vana lusinga ! Il ritrovar fedele
   Un cuor di donna è mal tentata impresa ;
   Ma quel dell' uomo ancor spesso è crudele !
Quella, che veggio andar sempre alla Chiesa,
   E frequentando ancor la penitenza,
   La veggio a piè del sacro altar prostesa .
Ha di lussuria vinto la potenza ?
   O d' amorosa fiamma un sol desio
   Non le rimorde in sen la sua coscienza ?
Nol so.... Quel confessor, che fa di un Dio
   Quaggiù le veci, al cuor della innocente
   Disvela un suo pensier malvaggio e rio ?
Egli la forza di lussuria sente ?
   Sollecita, corrompe, alletta, inganna ?
   Ha un cuor di sacerdote, o di serpente ?
Nol so.... Ma gli occhi di ragione appanna
   Amor, che a nullo amato amar perdona .
   E ovunque impera da superba scranna .
A lui ciascuno il cuor cieco abbandona ;
   Per lui profuma ognun la bianca chioma,
   E tra vergogna, e onor dubbio tenzona .
L' alma di ognun da passioni è doma ;
   Nè v' ha chi possa dir con volto ardito
   Da non portar di colpe orribil soma .
Siegue la capra il citiso fiorito,
   Siegue l' agnello il lupo, e ancor ciascuno
   Siegue del cor l' istinto, e l' appetito .
Dunque dobbiam' odiar dirà qualcuno
   Le donne, e star com' apati o macigni,
   Che in sè non hanno sentimento alcuno ?
No ! Il far verso le donne i visi arcigni
   E' un gran delitto, ma peggior è il danno
   Se noi saremo in lor troppo benigni .
Son degni di biasmo quei, che fanno
   A somiglianza ormai dei cagnolini,
   Che dietro al cibo ghiotti se ne vanno .
Lo sono ancora quei, che i damerini
   Fanno dei trivii, pei quatrivii e poi
   Vendon ciarle senza aver quattrini .
Degno di biasmo e quel, che i giorni suoi
   Passa fra i sozz' immondi lupanari
   Con tutti gli altri effeminati eroi :
E poco bada a disbrigar gli affari
   Di sua famiglia : oppur del suo maestro
   Non ode i cenni, e fugge gli scolari .
Questo dei cicisbei studenti è l' estro :
   Viver nel fango d' impudici amori,
   E i libri aprire allor che n' hanno il destro ;
Onde gli vedi giungere agli onori
   Del dottorato delle bestie, e dopo
   Mieter venerei vergognosi allori,
Unica meta, ed onorevol scopo !

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