Tanti ci chiedono notizie su questo paesano, noi ci stiamo provando.. intanto gustatevi come scriveva questo bocchiglierese.
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| La Superbia |
Qual uragano, che dai monti altieri
Cala fremendo, e nelle valli amene
Lascia di sue ruine orme, e sentieri;
Qual'onda, che mugghiando altra sen viene
Accavallata su i cerulei campi
Scuotendo i fianchi delle rauche arene,
Qual notte oscura, a cui funesti lampi
Squarciando il seno, e nel notturn'orrore
Sembra che il mondo abbandonato avvampi;
Tale fra noi quaggiù scese un errore,
Nato nel cielo, ed alla stirpe umana
Cagion di pianto immenso, e di dolore;
E la superbia! Di satan la vana
Cieca lusinga di uguagliarsi a Dio,
Che in sè si ride di una mente insana.
Ove innalzi,Lucifero, il desio?
Di farti un Nume? Oìbò! Vana è l'impresa,
Se del mare maggior vuol fars' il rio.
Empio! Punisce l'inaudita offesa,
Il Ciel, che abbatte la ribella schiera,
Che nel fuoco infernal giace prostesa.
Dimmi, Adamo, dov'è la tua primiera
Santa virtù, che ti facea dal Cielo
Scende l'angel di Dio da mane a sera?
Più non sei giusto: e di ria colpa il velo
Adombra l'alma tua, onde avvilito
Andrai ramingo, esposto al caldo, al gelo;
Anche al soglio di Dio volgesti ardito
L'avido sguardo; e nell'ardir tuo cieco
Non conoscesti ch'ei tropp'alto è sito?
L'Eden lasciasti, in solitario speco
Ad abitar ne andasti; e nell'esiglio
La Morte, il Pianto, il Duol vennero teco;
Perchè della superbia il duro artiglio
Carpì del core tuo le voglie impure
Onde impudente al Ciel volgest'il ciglio:
E del Nume spezzando le fatture,
Che a te d'intorno quai zelanti ancelle
Somministravan le modeste cure.
Al tuo Signor ti fèsti,ahimè!ribelle,
E della Terra nn curando il Trono,
Far ti volevi un di' Re delle stelle.
Vana lusinga!Le creature sono
Atomi vili,che disperde un solo
Girar di ciglio dell'eterno Buono.
Quelli che vuo!troppo innalzarsi al volo
D'Icaro imi'tà i mal sicuri vanni,
E vien dall'alto a rotolar nel suolo.
Quegli che vedi sui gemmati scanni,
Superbo assiso,del Signor la mano
Nella miseria immerge,e negli affanni:
E l'infelice si dibatte invano;
Chè i vili esalta,e i potenti abbatte,
Del tutto il Re col suo poter sovrano.
Quei,che l'aspro sentier di gloria batte,
E fra i disagii di una vita onesta
Ama virtude,e il vizio sol combatte,
Nol vedi burbanzoso alzar la testa,
Ned insultare il debole che geme
Sotto capanna ruvida,e modesta:
Umil cammina;nè il dispregio teme
Di un qualche vil;nè la calugna infame
Con l'alito pestifero lo preme.
Quegli,al contraio,che le ingorde brame
Volge ad onor da lui unqua mertati,
Superbo incede fra le genti grame,
Tutti i buoni son già da lui sprezzati:
Ed ei;perchè si vede in qualche posto,
Vuol tutti ai piedi veder prostrati.
Ei vile!tenda d'innalzarsi a costo
Della virtude,e dell'altrui fortuna,
Chè un cuor malvagio a dentro il sen nascosto.
Quale sentina in cui tutta si aduna
La impura feccia di orrida sozzura,
E' dei superbi il cor, che in se raguna
D' infami vizii orribile lordura,
Che sopra i monti, e nell'ameno lande
L'alito emana di sua peste impura.
Non è l'impiego, che fa l'uomo grande,
Ma è l'uomo grande, che il suo posto onora,
E a sè d' intorno chiara luce spande.
Un uomo infame il posto disonora;
E sempre è vil, quantunque burbanzoso
Con vera ipocrisia l' opre colora:
Non innalzi la fronte baldanzoso
Quegli, che sol di falsi merti è adorno;
Ma chini al suolo il guardo vergognoso.
Come coi raggii il sol rischiara il giorno,
Così con l'opre la virtù si mostra,
E sempre briila dell'invidia a scorno.
E voi, dinnanzi a cui tutta si prostra
Umil plebaglia intimorita, e vile
Adulatrice della boria vostra.
Credete che vi scorra un più gentile
Sangue per dentro alle patrizie vene,
E sia la stirpe d'altra gente umìle?
Credete che sia grande chi ritiene
Cento degli avi affumicate tele,
Lieti ricordi di sofferte pene?
Chi è degli avi suoi germe infedele
E vanta sol di quei la glori' antica,
Li disonora in modo assai crudele.
A quei, che tiene la virtù nemica,
E non ha merti personal', il vanto
Che giova dell'altrui fronte pudica?
Fa come quei, che in su la scena il manto
Indossa dei sovrani, e rappresenta
Un finto Rege; un Baco, un Radamanto,
Fa come Scimia, che imitar già tenta
L' opre dell'uomo, e spinge il volgo al riso
Quando la vede alla bell' opra intenta.
Giù, vigliacchi, abbassate il fiero viso;
Nè della stirpe producete i vanti,
Quando avete di fango il capo intriso.
Oggi vediam fra noi mille furfanti
Dal regolo sotiti, o dall'incude,
Vantar natali, e poi farsi arroganti.
Vili ! Voi stessi la superbia illude,
E l'arroganza vostra ognun disprezza ;
Chè un cuor vigliacco nel suo sen racchiude
Ogni patrizio, la cui grande altezza
Solo consiste in arrogante fasto
Di titoli mal compri, e di fierezza.
V' è chi si vanta d' ubertoso e vasto
Retaggio di poderi, e di tesori
Dagli avi trapassati a lui rimasto:
Ed ei ripon la cima degli onori
In posseder dovizie in abbondanza,
Qual mezzo di delitti, e disonori.
Dimmi : perchè nel cor tanta baldanza?
Perchè sei ricco? Ebben ! nel sol danaro
Tutta riponi, o vil, la tua jattanza?
Fors'è l'acquisto di malvagio avaro
La tua ricchezza, o figlia di un delitto,
Che il ricordarlo ti sarà discaro.
Ogni uomo onesto, che cammina dritto,
Dopo molte fatiche appen' acquista
Quanto gli basta a procacciars' il vitto.
Ond' egli suda, gela, e si rattrista,
E in fin degli anni alla diletta prole
Lascia miseria di virtù commista.
Che val dunque, o superb' il far parole,
E millantarvi di propizia sorte,
Se l' opre vostre sono esposte al sole?
Se in man tenete il dritto del più forte?
Rubate , assassinate ogn' uom onesto?
Vili e furfanti a voi fanno la corte?
Onde vi giova il camminar modesto,
Acciò nessun vi guardi, e nella mente
Non ridesti per voi pensier funesto.
Vedi avanzare ancor superbamente
I semidotti, che imparato avranno
Appena un cujus, o non sanno niente ;
Onde li vedi assisi in su lo scanno
Far i dottori, e schiccherare al volgo
Mille sentenze, che le bestie sanno.
Ahimè ! che invano il mio pensier rivolgo
A questa vile perfida canaglia,
E dei delitti loro invan mi dolgo.
E' il tempo, in cui soltanto la murmaglia
Degli ignoranti, dei superbi, e tristi
Fiera s' innalza, ed i vigliacchi abbaglia !
Vedi una ciurma d' ignoranti artisti
Delle bell' arti profanare il tempio;
E star Filosofia entro i Sofisti.
Poi delle leggi vedi orrendo scempio
Far gli avvocati tutti, e i magistrati,
Che fanno Astra tremar pel tristo esempio.
Vedi colà superb' innamorati
Vantar l'amore di pretesa donna ;
Cui giungono, ma indarno, i trsti piati.
Veggio superba mettersi la gonna
Quella furbetta , che le donne imita
Del Tevere, dell'Arno, e di Garonna.
Vili ! non sanno che la corta vita
Sempre trascorre, ahimè ! dentro gl' inganni,
E di lusinghe vane ancor nutrita?
Giù giù calate, o superbotti, i vanni,
Nè della sorte vi fidate assai ;
Chè nella gioia vengono gli affanni.
Sol nei dorati alberghi entrano i guai,
E della plebe, dall' umil capanna
La pace, il fido amor non fuggon mai.
Or tu che vuoi sederti in su la scranna
Per giudicar da lungi mille miglia
Con la veduta corta di una spanna.
Sappi che di Satanno infausta figlia
E' la superbia, ed il Signor discaccia
Dal core suo chi a lei si rassomiglia ;
E gli umili soltanto al seno abbraccia.

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